I ruoli invertiti con la borghesia


Mezzogiorno, 24 novembre 2021 – 10:09

di Leonardo Pa,misano

L’idea che ci si fa, guardando all’evoluzione in corso della mafia barese, quella di un gas che, se sprigionato da mano esperta, avvelena ogni ambiente. Un miasma venefico che asfissia chi lo inala, chi lo incontra, chi lo respira. Si tratta di una mafia policefala, con pi teste tanto fameliche quanto imprevedibili. Tale mostro si disarticola secondo le convenienze, ricorrendo all’omicidio, al tradimento o alla collaborazione con lo Stato quando lo ritiene pi opportuno. Quel che stupisce, per, non il suo magmatismo o l’assenza di una cupola con un capo, quanto la sua immortalit. Nonostante i colpi subiti, nonostante le collaborazioni di giustizia, nonostante le esecuzioni e le sentenze di condanna, la mafia barese ancora viva. Come un’anguilla che tagliata continua a muoversi ostinata sul banco della pescheria. Ce la possiamo dipingere come spesso ha fatto la Direzione Nazionale Antimafia nei suoi precisi affreschi di fine anno.

Un coacervo di clan di diversa lega e lignaggio, sottoposti a secessioni da parte delle nuove leve e sottoposti a rimescolamenti dettati dalla carcerazione dei capi storici e dal repentino pentimento di boss pesanti come Domenico Milella o Vincenzo Anemolo.


La domanda che ci si pone : perch questa mafia non muore? Perch i clan non si estinguono? Cosa li mantiene in vita? La prima risposta ce la d la Direzione Distrettuale Antimafia, con le parole del dottor Roberto Rossi rilasciate domenica al Corriere del Mezzogiorno: c’ un pezzo di citt che se la fa con i mafiosi, che ci fa business insieme, che li frequenta per ben disporli a investire, a vendere voti, protezione e benedizione.

Diversamente dalle origini, quando furono i vangeli di fresco battesimo come Savino Parisi a rivolgersi alla classe agiata per chiedere denaro in prestito per acquistare la droga con la quale sfamare i tossicodipendenti del territorio (prestiti restituiti in moneta sonante con tanto di sovrappi), adesso sono i lacerti parassitari della borghesia e della politica barese a rivolgersi alle cosche per chiedere soldi, servizi e voti. La seconda risposta ce la d il Veneto. Il Veneto, s, perch a Verona la famiglia Di Cosola – tradizionalmente egemone su Carbonara, Ceglie e Loseto – ha posto le basi per un suo allargamento, occupando lo spazio che un tempo apparteneva ai napoletani, a Felice Maniero, ai siciliani. La consorteria Di Cosola si stretta ai colletti bianchi scaligeri per rifornire la societ veronese di droga importata in Puglia da luoghi come l’Albania. Una terza risposta ce la d Malta, un isolotto straniero e anglofono nel quale la famiglia di Savino Parisi ha iniettato i proventi del narcotraffico con cosche campane, siciliane e calabresi, in societ di scommesse on line. Verona e Malta, Di Cosola e Parisi. Da Carbonara e da Japigia si sono allungati fin l i tentacoli della piovra barese per assecondare il mercato del denaro facile e quello del vizio.

Come se ci non bastasse, questa mafia lusinga i giovani della citt metropolitana, aggiogandoli per lo spaccio minuto, filtrando nelle scuole superiori e nella movida con i suoi armati mini pusher. Di conseguenza, se la mafia di Bari non muore perch a tenerla in vita sono, da un, lato le robuste relazioni di potere costruite in un quarantennio di frequentazioni altolocate, di apertura di conti correnti a prestanome, di vigilanza sui cantieri, di riciclaggio e di lavaggio nel commercio e nella ristorazione; dall’altro la domanda di stupefacenti in aumento tra i giovani e i giovanissimi. In definitiva, i capitali dello spaccio oliano il capitale sociale criminale in un circolo vizioso che tiene in vita i clan a dispetto degli sforzi importanti ed indiscutibili compiuti dalla magistratura, dalle forze dell’ordine e dall’antimafia sociale e politica. Questa la verit di una mala che soffre ma non muore.

24 novembre 2021 | 10:09






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