Salvini: “Sulla mozione per Fn ho chiesto un incontro a Draghi”


Sono seduti uno accanto all’altro, in piazza di Pietra. Ma è come se fossero chiusi a testuggine, per usare un linguaggio bellico che purtroppo si addice a questi giorni di violenze per strada e tensioni politiche alle stelle. I leader del centrodestra si sentono sotto assedio, si difendono e cercano di uscirne parlando di “killeraggio” (lo fa Giorgia Meloni), di “campagna elettorale vergognosa e indecente, portata avanti con i dossier tirati fuori ad arte” (ecco Lorenzo Cesa) ma la kermesse romana raggiunge il suo apice con l’appello di Matteo Salvini al presidente del Consiglio Mario Draghi. In nome, si badi, della “pacificazione nazionale”: “Sono molto preoccupato: non siamo riusciti a fermare cinque disadattati che hanno assaltato la sede della Cgil, cosa accadrà fra 15 giorni con il G20 a Roma? Ci sono 18 mila poliziotti senza Green pass che rischiano di restare in mezzo a una strada. Qui – continua Salvini – vogliono far una manifestazione di partito un giorno prima delle elezioni… Sciogliamo i movimenti eversivi e sovversivi? Sì, ma tutti. Una mozione che condanna la violenza di una parte e dimentica le altre non fa un buon servizio all’Italia. Qualcuno alimenta uno scontro che rischia di portare danni irreparabili. C’è una cesura sociale, in Italia, ma non fra fascisti e comunisti, piuttosto fra chi ha e chi non ha.  E’ a rischio un milione di posti di lavoro nelle prossime settimane, e noi dovremmo fare l’esame di storia a Michetti…”.

E alle 15 il leader della Lega si è recato a Palazzo Chigi proprio per incontrare Draghi dopo che durante la conferenza stampa aveva detto: “Sono preoccupato che qualcuno porti in Italia solo un’idea di passato, ma tirare fuori scheletri dagli armadi non fa bene al Paese. Siccome di alcuni ministri non mi fido, mi rivolgo al manager di questo governo: non può permettere quanto sta accadendo”. Parole pronunciate non prima di aver espresso scarsa fiducia nel governo nella sua interezza: “Puoi anche avere un genio come premier, ma se la macchina non funziona”.

I “mostri” di Giorgia Meloni

A dare la parola, a fare gli onori di casa è Giorgia Meloni, la presidente di Fratelli d’Italia inseguita dalle polemiche sul neofascismo:  “È stata una campagna elettorale indegna – dice – fatta con metodi che avevano come unico obiettivo quello di non parlare dei problemi delle città in cui si votava. Per giorni siamo stati interrogati su temi che non avevano a che fare nulla con la Capitale. In questi giorni si è lavorato per dipingere il mostro ma se fossimo davvero così mostruosi ci sarebbe da usare questi metodi? Con questo killeraggio  io penso di no e penso che i cittadini siano intelligenti  da capire cosa sta accadendo”.

Il clima pesante di questi giorni, malgrado i tentativi di smarcarsene, avvolge ogni tentativo di parlar d’altro. Meloni sottopone agli alleati un patto in cinque punti su poteri e risorse per Roma Capitale, si parla di Giubileo 2025, dei soldi del Pnrr “non stanziati dal governo di cui Gualtieri era ministro”, per dirlo ancora con Meloni. Ma si torna a discettare di  quelli che la leader della Destra chiama “mostri che la sinistra tira fuori in campagna elettorale”.

 

Cesa: “Enrico fascista? Non si permettano”

Lorenzo Cesa, il segretario dell’Udc, prova anche lui a rileggere la storia. Parla delle brigate cattoliche: “Ho la bandiera nel mio ufficio, la Resistenza non l’ha fatta solo la sinistra”. E poi si lancia, Cesa, in una difesa a cuore aperto di Enrico Michetti, il candidato sotto accusa per il suo indugiare in gesti e ambigue ricostruzioni storiche dal sapore nostalgico:   “Ma come si permettono a dire a Enrico che è un fascista, io lo conosco da ragazzino, lui viene dalla parrocchia…”, sbotta Cesa.

E poi c’è sempre quel buttare la palla sull’altro campo, che anima anche l’intervento di Antonio Tajani: “Io non ho ascoltato una parola del Pd contro gli anarco-insurrezionalisti nelle manifestazioni di Torino e Milano. Stanno cercando i loro voti?”.

E Michetti si paragona a De Gasperi

Chiude la parata, se si può dire senza incorrere in ironia, proprio Enrico Michetti. Non spende una parola sugli ultimi audio venuti fuori, un mix in cui si sente l’avvocato lasciarsi andare in radio in una serie di poco chiari discorsi hitleriani, ma rivendica la sua fede:  “Ho avuto la tessera della Dc e dell’Azione cattolica. E mi sono accorto che sono un cristiano cattolico vero, ho porto sempre l’altra guancia. Ho avuto 86 attacchi in cento giorni”. Il clou arriva quando si paragona a un padre della Patria: “Io credo di aver vissuto, in piccolo, quello che visse Alcide De Gasperi. Si rivolse alla conferenza della pace di Parigi nel ‘46, dicendo: tutto è contro di me tranne la vostra personale cortesia… In questa campagna elettorale tutto era contro di me, tranne una coalizione unita. No, con noi non ce la fanno. Chi fa politica deve evitare il clima di odio, perché si crea la falda e si paralizza il sistema. C’è sempre il cecchino pronto a sparatti. Si può vincere le elezioni ma non si governa con l’odio…”. Ciak, l’ennesima scena di questa campagna elettorale si chiude. E stavolta non c’è bisogno di rivedere il girato.

[[ge:rep-locali:rep-roma:321975378]]



Source link