Quelli che non sanno o non possono dirsi fascisti


Mezzogiorno, 13 ottobre 2021 – 08:17

Condannati a essere idealisti senza ideali, oggi si fanno chiamare populisti e sovranisti

di Eduardo Cicelyn

Chi ha frequentato il liceo negli anni Settanta i fascisti se li ricorda. Non sono mai stati tanti. Erano una minoranza. Ma c’erano e si facevano vedere e sentire. Con alcuni tra loro mi scontravo personalmente nelle assemblee, in strada, nei cortei. Con altri, miei compagni di classe, due di numero, eravamo diversamente amici. Non far i nomi neanche sotto tortura. Entrambi, sono sicuro, oggi non si definirebbero pi fascisti: uno perch gi a quel tempo giocava a fare il camerata per puro gusto anticonformista; l’altro perch troppo intelligente e serioso per non aver maturato nel corso degli anni rabbia e delusione verso ci che aveva creduto di essere.

Quando uno dei due fu sprangato dai miei compagni andai a trovarlo di nascosto per sapere come stava e se potevo dargli una mano. Si era solidali in qualche modo, se pure con idee e vite che si allontanavano di giorno in giorno. Cos ci sembrava. Noi che eravamo di sinistra, molto forse troppo, si potrebbe dire dopo oltre quarant’anni che non fummo poi cos diversi dai nostri fratellastri di destra, dato che condividevamo un certo culto dell’azione esemplare e qualche vaga idea controcorrente. Se si mettono da parte le differenze ideologiche, macigni in realt insormontabili, un’analisi sommaria dimostrerebbe assonanze insospettabili tra linguaggi e atteggiamenti apparentemente opposti.


La mia personale convinzione, senza riscontro in alcun libro di storia, che la generazione dei cosiddetti anni di piombo abbia espresso, in Italia con modalit iperpolitiche, stili di pensiero, codici e comportamenti tribali violenti e sovversivi, come in altri Paesi occidentali si manifestarono nelle diverse sottoculture estetizzanti, per cos dire dai teddy boy ai punk. L’idea di quei tempi giovanili, a destra e a sinistra, era che si potesse vivere e crescere in forme differenti contrastando i luoghi comuni della maggioranza adulta benpensante. Ci consideravamo avanguardie ed eravamo minoranze tra le minoranze. Tuttavia, una cosa distingueva nettamente noi dai fasci. Noi ce la cantavamo e ce la suonavamo da soli. Non ci piaceva l’autorit, avevamo in antipatia il potere costituito e soprattutto l’arroganza paternalista del partito comunista. Loro militavano tutti, chi pi chi meno, nel Fronte della Giovent, cio nell’organizzazione giovanile del Msi. E di quel vecchio partito e dei loro azzimatissimi leader subivano il fascino.

Questo per dire in modo chiaro, anche se forse troppo semplicistico, che i miei coetanei — oggi in molti luoghi del potere politico e mediatico — non possono fingere di ignorare il rapporto originario dei neofascisti con la destra istituzionalizzata missina, poi Alleanza Nazionale, infine Fratelli d’Italia. Roberto Fiore di Forza Nuova, per esempio, un ex ragazzo oggi sessantenne, il tipico fascista di quell’epoca. Probabilmente la giovane Meloni certe storie degli anni Settanta le sa soltanto per sentito dire, epper evidente che le ronzano in testa. Nel suo dna il gruppo dirigente di Fratelli d’Italia porta il codice segreto di quella giovinezza scapigliata, piena d’ideali un po’ rocamboleschi, cresciuta nell’adorazione di una nazione maschia, capace di battersi per il suo popolo immaginario. Giorgia Meloni nata nel 1977, anno fatidico. Anche simbolicamente figlia di quel tempo che io mi ricordo bene. Se i miei compagni di banco oggi non sono pi fascisti, lei non ha nemmeno potuto esserlo o diventarlo. Quello che a nessuno tra loro per mi sentirei di chiedere di dirsi antifascisti. Ai primi sarebbe come obbligarli a smentire le illusioni della giovinezza, mentre per la leader della nuova destra italiana e per molti suoi dirigenti significherebbe indurli a rinnegare una discendenza immaginaria.

Le politiche possono cambiare, le identit mutare, ma l’immaginazione ha a che far con l’inconscio, una forza che lavora sotto banco, mettendo insieme sogni, memorie, trame oscure e persone impossibili da dimenticare. Non un problema ideologico, non nostalgia. E’ qualcosa di molto pi profondo. Niente a che vedere con la storia e i drammi del Ventennio. Tra i nonni del vecchio Msi e i nipoti di Fratelli d’Italia, ma anche con i figli e i figliastri degli ultimi decenni e dei giorni della cronaca pi attuale, c’ un autentico legame, una specie di solidariet clandestina. E’ come se sentissero tutti di appartenere alla parte sbagliata della storia, da sempre sconfitti ma in qualche modo orgogliosi di essere uniti e di aver onorato una famiglia che poi neanche sanno pi quale sia. Se oggi se la prendono con l’Europa delle banche, cio con la plutocrazia, oppure con gli immigrati e gli omosessuali, cio con i diversi e i degenerati, e come al solito con la “triplice” (Cgil, Cisl e Uil), ammesso che ci siano differenze col passato, non si pu non veder aleggiare in certi discorsi della cosiddetta destra moderna i soliti, cari fantasmi.

Il mondo moderno va in una direzione e loro, quelli che non sanno o non possono dirsi fascisti, imboccano quella contraria. E il bello o il brutto che non hanno pi la parola per dirlo. Condannati a essere idealisti senza ideali, oggi si fanno chiamare populisti e sovranisti. Sotto sotto arde ancora la fiamma patriota del vecchio Msi. Ma guai a nominarla.

13 ottobre 2021 | 08:17






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