«Il mio ritorno a Palazzo Chigi e l’inquietudine di fine 2020 che vedevo anche in Zingaretti»- Corriere.it


Pubblichiamo un brano tratto dal libro di Matteo Renzi «Controcorrente», edito da Piemme.

Mentre Biden annuncia come primo atto alla Casa Bianca la firma per riportare gli Stati Uniti dentro la sfida della sostenibilità ritornando tra i Paesi firmatari degli accordi sul Climate change di Parigi (che onore aver partecipato come Italia a quel processo e a quella firma!) rifletto sul fatto che aver spaccato il fronte populista mandando all’opposizione Salvini e portando l’esecutivo Conte su posizioni europeiste diametralmente opposte a quelle del Governo giallo-verde non basta più. (…)


Ne parlo con Nicola Zingaretti in più di una circostanza. Scorgo in lui un’inquietudine sull’azione dell’esecutivo che è anche la mia inquietudine. Nei nostri incontri, nelle nostre chat, nei nostri dialoghi mi dice di essere preoccupato dall’incapacità di gestire il giorno dopo giorno dell’amministrazione («Comunque guarda che è un dramma, se arriviamo così a Natale ci prendono a forconate» mi scrive all’inizio di novembre) ma anche la necessità di investire sulla politica. Proviamo insieme a imporre un cambiamento. Abbiamo entrambi un curriculum ricco di esperienze amministrative: lui la Provincia e la Regione, io la Provincia e il Comune. Abbiamo dunque il gusto di una gestione seria della macchina pubblica. Ma veniamo da una formazione politica — diversa come tradizione culturale ma comunque politica — e dunque riconosciamo che se il mondo cambia e chiede un protagonismo diverso dell’Italia e dell’Europa, dobbiamo fare la nostra parte. Con formula antica chiediamo allora «un tavolo politico». I capi dei partiti di maggioranza vanno a Palazzo Chigi, da Conte, per discutere insieme sul come ripartire. Sono i primi giorni di novembre del 2020. È il mio ultimo tentativo di spiegare al presidente del Consiglio dei ministri che l’Italia ha bisogno di una svolta.

Entriamo al terzo piano di Palazzo Chigi. Erano quattro anni che non ci tornavo. L’ultima volta che avevo preso quell’ascensore mi ero dimesso in una notte di dicembre del 2016. Non provo nessuna emozione particolare e me ne compiaccio: devo aver superato il momento della nostalgia, mi dico. (…) Noto invece con una punta di malizia che sono stati fatti costosi lavori di ristrutturazione interna. Li avevo bloccati durante il mio governo perché, pur non amando il «giallo Silvio» — così chiamavo io l’arredamento dell’appartamento presidenziale curato e pagato personalmente da Berlusconi —, l’idea che si spendessero soldi pubblici per togliere ciò che era stato appena messo a proprie spese da un predecessore mi sembrava poco rispettoso del contribuente. Quelli che dovevano aprire il Palazzo come una scatoletta di tonno e tagliare gli sprechi, invece, iniziano ritinteggiandolo e riarredandolo a spese del contribuente. Pensandoci bene, mi dico divertito, è già una metafora della loro politica. Dovevano scardinare tutto, hanno solo tolto la carta da parati perché non di loro gradimento.

Il tavolo politico, invece, è presieduto da Conte e composto da Zingaretti, Roberto Speranza, Vito Crimi e il sottoscritto. È il nostro primo incontro. Sarà anche l’ultimo, nei fatti. Ma tutti fanno uno sforzo per sentirsi a proprio agio. (…) Il clima sembra buono, dunque. Zingaretti va giù pesante. Parla dei ritardi nelle infrastrutture, facendo riferimento ad alcuni dossier bloccati segnalatigli dalla sua macchina regionale. E chiude duro: c’è bisogno di una svolta, di un salto di qualità, di un cambio di passo. Io non ho bisogno nemmeno di intervenire a lungo. Dico solo un paio di cose, che poi esplicito in modo trasparente nei giorni successivi in messaggi pubblici sui social e in tv. La prima: «Molto buone le notizie sui vaccini finalmente in arrivo. Chiedo al Governo di preparare per tempo il piano di distribuzione. Non facciamoci trovare impreparati. Non facciamo come con le mascherine, i banchi a rotelle, i ventilatori cinesi. Organizzare bene si può, non perdiamo tempo». (…)

Chiedo di coinvolgere l’esercito nella gestione dell’emergenza, domando perché la protezione civile sembra sparita dai radar dopo qualche tensione — si dice — con la struttura del commissario Arcuri. Dico esplicitamente che Arcuri non è Superman e che almeno sui vaccini si deve cambiare interlocutore. Vengo rassicurato a parole da Conte che garantisce — anche a me, come fossimo in diretta Facebook — che il piano c’è, il Governo è pronto e andrà tutto bene. Vengo rassicurato a parole, insomma, ma scoprirò, dopo qualche settimana, di essere totalmente ignorato nei fatti. Quando a marzo 2021 il nuovo premier Draghi sostituisce il commissario Arcuri con il generale Figliuolo e riporta in campo la protezione civile affidandola all’ingegner Curcio, la campagna svolta. Sarà anche un caso ma è andata così.

Il secondo messaggio. Arriviamo a Palazzo Chigi in un momento di scontro del Governo con le Regioni. Siccome sono abituato a dire in privato le stesse cose che dico in pubblico faccio un comunicato: «Il caos di queste ore tra Regioni e Stato centrale dimostra una cosa semplice: il titolo V della Costituzione così com’è non funziona. Quattro anni fa — in quel famoso referendum — avevamo proposto di inserire la clausola di supremazia. Quella scelta ci avrebbe evitato il caos di oggi. È andata come è andata ma adesso possiamo finalmente mettere da parte le simpatie e le antipatie e fare ciò che serve al Paese? Cambiare i rapporti tra Governo e Regioni è una priorità». E il contrappasso è che nel primo momento in cui torno nei luoghi da cui sono uscito per aver perso il referendum sento il nuovo presidente del Consiglio fare un elogio della riforma costituzionale necessaria: cambiamo il titolo V, più poteri al Governo, pronti a discutere anche di superamento del bicameralismo paritario. Trattengo con signorilità la risata. E dunque quando Conte legge una nota preparatagli dallo staff sull’esigenza di fornire strumenti al Governo per avere leggi il cui iter si concluda a data certa, come strumento per evitare l’eccesso di decreti, noto che è persino Vito Crimi a sussurrare premurosamente a Conte: «Ehm, presidente, questa che stai disegnando era la riforma costituzionale di Renzi, quella contro la quale noi abbiamo fatto campagna». Sorrido. Zingaretti è seduto alla mia sinistra e mi dice: «Ahò, non guardare me, io te l’ho votata eh». Speranza ministro della Salute, che certo avrebbe governato meglio la pandemia con un diverso titolo V, invece finge di non aver sentito e guarda il soffitto: era uno dei leader del «No» al referendum nonostante fossimo nello stesso partito.

Per la prima volta dopo quattro anni torno nel Palazzo da cui sono uscito perché sconfitto al referendum. E nella prima riunione che faccio in quelle stanze mi sembrano tutti convinti di magnificare l’importanza di una riforma costituzionale che cambi poteri del Governo, poteri delle Regioni, bicameralismo. Che incredibile contrappasso!

11 luglio 2021 (modifica il 11 luglio 2021 | 07:13)





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