Manfredi: «La Factory? Una fabbrica della cultura che sviluppi economia»


Mezzogiorno, 9 giugno 2021 – 08:23

«Palazzo Fuga, l’idea di de Giovanni e CasaCorriere è anche mia. Ne ho parlato con Franceschini. Bisogna saper attrarre i privati»

di Simona Brandolini

Non tutti ricordano che Palazzo Fuga, in tutta la sua fantasmagorica imponenza, è stato già sottoposto a restauro. Per la precisione nel 2001 furono spesi 100 milioni di fondi europei, nel 2005 ulteriori 40. «Io lo ricordo bene, fu parzialmente restaurato, la parte strutturale la seguì Renato Sparacio».


E poi?
«E poi come spesso accade gli interventi si fanno non guardando alla destinazione della struttura. Quando fai un progetto devi destinarlo a qualcosa. E devi sapere in anticipo come mantenerlo, economicamente. Questo è fondamentale. Palazzo Fuga ha ambienti grandi, corridoi grandi. Bisogna trovare davvero la destinazione d’uso compatibile con quegli spazi. Non è scontato».

Gaetano Manfredi, oltre ad essere ex rettore, ex ministro, candidato a Palazzo San Giacomo per il centro-sinistra largo, anzi larghissimo, di mestiere fa appunto lo strutturista. Maurizio de Giovanni ha lanciato a CasaCorriere l’idea di dedicare l’imponente palazzo napoletano ad una Factory della creatività.

Professor Manfredi cosa ne pensa? Può essere quella l’idea da realizzare?
«Ne abbiamo parlato io e Maurizio. Sono totalmente d’accordo. Lì davvero si può insediare una fabbrica della creatività, dove si fa cultura ma si produce anche economia».

Insomma con la cultura si può mangiare, ma anche fare aumentare il Pil cittadino. Non è un’eresia.
«Altro che eresia, si chiama opportunità. La Factory dovrebbe essere un luogo dove ci sia la possibilità di avere iniziative legate al mondo della musica, dell’arte, del design, del teatro, del cinema che guardino sia agli aspetti della formazione, ma anche all’impresa. E la prima cosa da fare è coinvolgere le istituzioni che esistono, collaborando con Università, Conservatorio, Belle arti e il mondo giovanile che ha iniziative di alta imprenditorialità. Napoli è una fabbrica di creatività a cielo aperto. Ma non c’è un sistema virtuoso. Tutta questa creatività non è mai canalizzata, messa in rete. Nella mia idea bisogna attrarre privati, impresa creativa, che possono trovare spazio e modelli di gestione con partnership pubblico-privato che altrove in Europa e nel mondo già funzionano».

Uno dei temi è appunto la forma di governance. Pensa a una fondazione?
«La governance va studiata. Ma dobbiamo seguire esempi che esistono già in altre parti del mondo gestiti da strutture miste pubblico-private, che da una parte salvaguardano il bene comune, dall’altro sviluppano iniziativa privata. Alla base è necessaria una governance partecipata perché questi progetti funzionano quando c’è partecipazione. Poi mi lasci dire, deve essere il luogo dei giovani che sono la grande priorità della città, giovani che restano e che arrivano. Che coniugano la grande storia di Napoli con l’innovazione, il digitale, il futuro».

Sergio D’Angelo ricordava ieri, in un’intervista al Corriere del Mezzogiorno, che su Palazzo Fuga c’è un vincolo di destinazione d’uso per le attività socio-assistenziali.
«L’impresa sociale è parte del sistema e del sistema economico. Pensiamo alla Sanità per esempio».

Nel Recovery sono previsti 100 milioni per Palazzo Fuga. Basteranno?
«Ne ho parlato con Franceschini, l’idea è poter anche canalizzare altri interventi. È necessario coinvolgere la Regione, costruire un percorso finanziario che renda possibili tutto il progetto. Ma in base all’esperienza fatta a San Giovanni a Teduccio, se fai un’iniziativa che funziona attrai altri fondi. Noi dobbiamo richiamare privati».

Lei ha annunciato che presenterà progetti identitari per ogni municipalità di Napoli e ha detto che non parlerà mai di recupero delle periferie. Che intende?
«Identitari vuol dire che devono rappresentare un investimento della città su quei luoghi. Inoltre ritengo che la periferia debba essere un’opportunità, è lì che ci sono spazi e persone che sono un patrimonio. Non dobbiamo fare assistenza. Penseremo a questi progetti sentendo i cittadini».

Lei parla di partecipazione, ricorda la democrazia partecipata di de Magistris? Perché con lei dovrebbe funzionare?
«Perché per me senza ascolto non ci sono buoni progetti. Chi vive la realtà ha sogni e bisogni. L’ascolto ha un grande valore. È una forma di arricchimento e aiuta a decidere bene. La progettazione deve essere condivisa, perché crea un’azione collettiva, poi la decisione in una democrazia rappresentativa la prende chi è stato eletto, ma è indispensabile che si discuta. Quindi creeremo occasioni di incontro partendo dalle cose che ci sono. Rafforzandole e mettendole a sistema. L’iniziativa di pochi deve diventare di sistema per tutti».

Lo ha imparato sempre con l’esperienza di San Giovanni?
«Sì. Mi ha insegnato moltissimo, ho cambiato molte delle mie idee da quell’esperienza. Che è diventata un modello che stanno copiando. I cittadini di San Giovanni considerano quel luogo casa loro, non una navicella spaziale calata dall’alto e nel deserto».

Ma è vero che vuole mettere su un gruppo di garanti per verificare le candidature?
«Sì, ma non con spirito punitivo, ma che guardi con senerità alla candidabilità delle persone».

Ps: nei prossimi giorni Gaetano Manfredi incontrerà di nuovo il presidente Vincenzo De Luca. Proprio per fare un punto sulle liste deluchiane.

9 giugno 2021 | 08:23






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