Giorgia Meloni e Mario Draghi, il retroscena tra Washington e Bruxelles. Alessandro Giuli svela “il feeling” – Libero Quotidiano



Alessandro Giuli

Se Giorgia Meloni fosse cinica come non è, dovrebbe applaudire la fusione a freddo tra Lega e Forza Italia e prepararsi a cavalcare le praterie del centro moderato che non riuscirà a riconoscersi nella leadership di Matteo Salvini, un politico «molto connotato nell’immaginario collettivo», secondo l’eufemismo usato ieri da Guido Crosetto in un’intervista alla Stampa. Il senso è abbastanza chiaro e l’abbiamo illuminato già una settimana fa su questo giornale: per quanto Salvini sia acrobatico e proteiforme, nelle cancellerie occidentali così come nella percezione pubblica la sua identità sovranista resta un monolite difficilmente aggirabile. E non è detto sia un limite, anzi. Lui porterà in dote a Forza Italia una massa critica di carisma e voti, non pochi, Silvio Berlusconi ci metterà il blasone europopolare e un consenso necessario a garantire all’impresa un’innegabile solidità. Giorgia è più realista che cinica. Non cercherà di sabotare un progetto che pure contraddice almeno in parte il suo ideale di coalizione confederata, un piano che del resto è stata lei per prima a proiettare sulla scacchiera europea. Un nucleo popolare effigiato dal Cavaliere, un’ala identitaria di conio euro critico stretta intorno alla Lega e, in mezzo, il crescente blocco conservatore che tiene tutti insieme: ecco l’arco vincente. Un partito unitario di governo al servizio di Mario Draghi e con Fratelli d’Italia solitario all’opposizione avrà semmai i suoi problemi a trovare un equilibrio continentale. A meno che Matteo non sia così deciso a riverniciarsi di popolarismo aprendo la via a figure più moderate nella sua Lega, bisognerà prima o poi scegliere tra Angela Merkel e Marine Le Pen. Mica poco. È chiaro poi che Forza Lega o Lega Italia, fate un po’ voi, nascerebbe pure per contingenze momentanee: contare di più alta volo dei negoziati sulle amministrative; offrire un domicilio sicuro a chi, per paradosso, crede così poco nel futuro berlusconiano da voler convincere il Cavaliere a subire l’Anschluss salviniano anche a costo di una scissione da Mara Carfagna e Maria Stella Gelmini (e Salvi ni è troppo furbo per non trattare già anche con i fuoriusciti, a cominciare dai “coraggiosi” di Luigi Brugnaro e Giovanni Toti che però non ricambiano troppo temendo di essere bruciati sul nascere da Berlusconi); allontanare per vie algebriche, addizioni di partito e son daggi alla mano, la prospettiva di una premiership meloniana e al tempo stesso insinuare che il centrodestra più competitivo è quello in maggioranza mentre FdI sta mettendo in cascina un fieno abbondante ma acerbo. Sebbene la somma di FI e Lega corra il rischio di non fare il totale, perché il successo iniziale del Pdl a trazione moderata è difficilmente riproducibile a fattori invertiti, la scommessa dei federatori sta grosso modo qui: a metà strada trail nulla di nuovo e il tutto da rifare, con il retropensiero che Giorgia non possa crescere a dismisura. Dopodiché ci sono i caratteri, le personalità in gioco e una variabile muta ma gigantesca chiamata Draghi. I più smagati tra i Fratelli d’Italia pronosticano uno scenario “lose lose”: con una figura come quella di Salvini a capo di un fronte che si pretende moderato, si aprono spazi al centro e al meridione per vendemmiare pur restando immobili. Chissà. Meloni, monogama com’ è, resta opportunamente convinta che la concorrenza interna non può e non deve pregiudicare una logica di coalizione variegata e commisurata alle aspettative di un elettorato più coeso dei suoi leader di riferimento. Guai a sacrificare il consenso per il potere, sia pure a costo di aspettare. Ma aspettare cosa? Qui entra in gioco la variabile Draghi. Di là dal chiacchiericcio di sottofondo, l’incontro one to one di giovedì scorso tra il premier e Giorgia è valso come la conferma di una special relationship da non sottovalutare. L’ex banchiere centrale europeo è rimasto per oltre un’ora in gesuitico silenzio, incoraggiante e attentissimo nell’ascolto delle proposte provenienti dalla monopolista dell’opposizione. Il garbo istituzionale non gli fa difetto, l’abbiamo compreso, ma c’è di più: l’asciutto interesse del tecnico a collaborare con una leader in ascesa dal profilo iperpolitico, con idee nitide, un diagramma di ascisse e ordinate che non mutano dalla notte al giorno. Nello schema ottimale di Giorgia, la sfinge di Palazzo Chigi personifica il perfetto lord protettore che dal Quirinale garantisce in America – «sono qui a rappresentare un mondo, quello dell’atlantismo», ripete lui a ogni colloquio di peso – in Europa e sui mercati la sopraggiunta maturità di governo d’una destra conservatrice che non ha deluso le aspettati vedi sistema restando in minoranza. Ma c’è un ma, ovvero ce n’è almeno uno. Draghi pare destinato a non traslocare da Chigi fino a scadenza naturale, nel 2023, e l’anno prossimo bisogna eleggere il nuovo presidente della Repubblica. Nella migliore delle ipotesi, qualora Sergio Mattarella accettasse malgré soi una riconferma pro tempore, l’attuale premier arriverebbe al Colle con un anno di ritardo sul previsto consegnando a se stesso i poteri speciali, un passaggio e un paesaggio ancora tutti da costruire. Diversamente, si farà il pane con la farina che c’è. Il raccolto si preannuncia abbondante, peccato sprecarlo fra le anime diverse dello stesso girone.





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