Draghi premier col vento in poppa: risorsa democratica o pedina dei mercati?


L’altissimo gradimento del governo Draghi (73,6%) rispetto alle flessioni del Pd (18,8%) e del M5S (16,4%) e alla Lega stabile (21,5%) mentre cresce FdI (19,4%) la dice lunga sull’aria che tira oggi in Italia. Sono solo sondaggi, si dirà. Vero. Ma è un fatto che i sondaggi riflettono quel che accade oggi nel Paese reale, nella sua lotta contro la pandemia, nella sua spinta per la ripresa economica e per il ritorno alla normalità dei rapporti sociali. Una volta si diceva che se piacevi al padrone/padronato eri nemico del popolo. Oggi si dice che se Draghi piace ai mercati cosmopolitici, a pagare è il popolo, ancora una volta tradito, impossibilitato persino a votare. Forse che Draghi, così come è stato per Conte e altri prima, si è stabilito a Palazzo Chigi con un colpo di mano, non votato dal Parlamento, a sua volta eletto dagli italiani alle urne? Davvero si pensa che Draghi è un alieno inviso dagli italiani, una premier-marionetta al soldo del capitale internazionale?

Non scherziamo. L’esecutivo definito di larghissime intese è stato voluto dal Colle per evitare che il Paese crollasse. Certo, questo esecutivo è solo una cornice multicolore male incollata dove nel quadro a dominare c’è solo il premier. Ma il limite non è il premier “salvatore”, caso mai sono i partiti di carta. A questi partiti – nessuno escluso – resta per le loro debolezze e contraddizioni, il ruolo di comparse: casomai impegnati nel tentare di mettere il cappello su quel che fa il premier, liberi anche di dare qualche strattone o sollevare baruffe, solo per questioni di bottega e per dimostrare di esserci. Oggi nessun partito di maggioranza osa contraddire nel merito le scelte e le azioni di Draghi, uomo pragmatico solo al comando che è stato capace di dare una svolta in positivo alla “questione pandemia” (ma solo a novembre-dicembre si capirà se la guerra contro il Covid è stata vinta), attivare il rimbalzo economico, portare a casa il Revovery plan indicando la strategia riformatrice del rilancio del Paese, riconquistare  una dignità internazionale che l’Italia non aveva più da decenni.

A due mesi dall’entrata nel semestre bianco la partita del Colle è già anche partita politica ma ciò non inciderà sulla tenuta del governo. Nessuno tenterà spallate, dato che oggi il ko dell’esecutivo significherebbe per tutti i partiti il colpo di grazia, il suicidio delle rispettive leadership. Lo stesso voto amministrativo in autunno può dare uno scossone ai partiti e dentro i partiti ma non intaccherà il governo del Paese che, in questo quadro generale, è in un “ventre di vacca”. Non ci sarà a breve medio periodo nessun voto politico anticipato e Draghi porterà a compimento il suo lavoro di premier oltre il 2022, probabilmente fino al 2023 per involarsi poi, caso mai, nel 2004 alla guida dell’Unione europea. Draghi come risorsa in una Italia da rivoltare come un calzino e anche in Europa non più sotto il giogo di una austerity sempre e comunque e socialmente “orizzontale” ma con vincoli modulabili con parametri di bilancio calibrati in base alla realtà di ogni Paese.

Tutto bene, dunque? No. Draghi ha evitato che l’Italia sprofondasse ma rimangono da sciogliere i nodi politico-istituzionali-sociali che stringono il Paese da decenni in un quadro internazionale di grandi contraddizioni, aggravate dalla pandemia. Basti pensare che le 500 persone più ricche del pianeta hanno aumentato in pochi mesi il loro patrimonio di 1.800 miliardi di dollari mentre la crisi ha creato 150 milioni di nuovi poveri. Per non parlare dei temi esplosivi, con ripercussioni anche sull’Italia, quali la questione ecologica, le immigrazioni, la fame nel mondo, la disparità fra il nord e sud, i paesi sotto dittatura e così via. Non c’è bisogno, adesso, di rilanciare contrapposizioni ideologiche ma resta il fatto che questo capitalismo e questa globalizzazione che stringe ancor di più i vecchi nodi e accentua le contraddizioni e le disparità fino a mettere in discussione un futuro pacifico del pianeta, va ripensato sul piano ideale, economico, politico.

Ecco l’esigenza di un ruolo forte dell’Europa, con l’Italia non più fanalino di coda, economicamente e politicamente. Qui siamo. Ecco perché, al di là dei tatticismi, né questo centrosinistra senza identità tenuto insieme con lo sputo (l’unità strategica fra Partito Democratico e M5S porterebbe il Pd della sinistra riformista al harakiri e i 5Stelle anti sistema al dissolvimento)  né questo centrodestra parolaio a tre punte (Salvini, Meloni, Berlusconi) in un gioco delle parti che pare sempre più il “gioco delle tre carte”, possono pensare di far saltare l’esecutivo. Prima o poi, di sicuro alla scadenza “naturale”, alle urne ci si andrà. Ma oggi, e questo può valere per il prossimo biennio, per l’Italia e per tutti i partiti e per le loro leadership Draghi è l’ancora di salvezza. Fossero almeno in grado, le forze politiche, di far tesoro di questa esperienza “anomala”, preparandosi al dopo, capaci di raccogliere l’ eredità politica di Draghi riportando i partiti ad esercitare il loro ruolo costituzionale. Anche gli italiani, alle urne, faranno tesoro di quel che è successo tirando le somme con una croce sulla scheda elettorale.





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