Ma davvero il problema è che Fdi a non ha una classe dirigente per governare?


Inutile girarci intorno l’incredibile ascesa di Giorgia Meloni e del suo partito, FDI, che dopo aver superato, nei sondaggi, Cinque Stelle e Pd, sembra voler insidiare il primato della della Lega di Salvini, dopo un primo momento di sorpresa, ora sembra provocare un certo fastidio misto a preoccupazione.  Ma questa sensazione pare riguardare non solo, come magari è naturale ed ovvio che sia, Pd e cinque stelle, che sono avversari politici, ma sempre più sempre pervadere anche Lega e Forza Italia, che secondo alcuni proprio in funzione anti Meloni, potrebbero pensare presto ad una clamorosa fusione. E questa sensazione comincia a manifestarsi anche fra i principali media, come si evidenzia dai numerosi editoriali, che i grandi giornali sfornano quasi quotidianamente, per spiegare quello che sembra essere il nuovo fenomeno della politica italiana.

D’altra parte, come dimostrato anche dal recente incredibile successo del romanzo “Io sono Giorgia”, in testa alle classifiche di vendita a poche settimane dalla sua uscita in libreria ( record storico per un libro di un politico, l’ennesimo primato della ragazza della Garbatella) la leader di Fratelli d’Italia sembra essere diventata fra i più apprezzati e stimati politici ed ormai quasi nessuno, anche fra i detrattori, sembra mettere in discussione le capacità della leader di Fratelli d’Italia. Ma quando si comincia a fare ipotesi sulla possibilità, che prende sempre più corpo, che proprio lei possa essere la prima donna italiana premier di questo paese allora cominciano ad uscire i dubbi non tanto sulla persona, quanto sulla composizione della classe dirigente del partito, ritenuta non all’altezza del compito. Il politologo Ernesto Galli della Loggia, sulle pagine del Corriere, ieri, ha fatto un ardito paragone fra il successo di Fdi oggi e quello del Movimento Cinque Stelle nel 2013, argomentando che ora, come allora per i grillini, il partito potrebbe trovarsi, una volta al governo, in difficoltà a causa della mancanza di una vera classe dirigente. Il celebre politologo, al di là del paragone francamente poco calzante, considerando le profonde differenze di storia, identità e percorso politico fatto dai due partiti, argomenta a sostegno della sua tesi, che a fratelli d’Italia, oltre a mancare una classe dirigente preparata a governare, mancherebbe anche la “conoscenza di chi all’occorrenza sappia indicarti e metterti in contatto con la persona giusta, chi sapendo come stanno certe cose, sappia mostrarti la strada o l’iniziativa migliore per raggiungere uno scopo”.

Alla faccia della sburocratizzazione e della trasparenza della cosa pubblica, sarebbe facile commentare, ma al di là di questo particolare (che anche se fosse vero forse, visti i tempi, potrebbe essere una sorta di vanto per il partito, da sempre poco avvezzo a giochi di poteri e compromessi vari), resta questo senso di scarsa considerazione, francamente esagerata e per certi versi immotivata, verso politici, che hanno seguito la Meloni nel suo percorso politico fin dagli esordi, nei primi anni 90, e che da anni frequentano la politica locale e nazionale, e che hanno dimostrato con i fatti, governando comuni, province e da qualche anno pure Regioni ( Marche ed Abruzzo) di non essere certo sprovveduti alle prime armi. Forse pochi sanno che il partito, (sicuramente non Calenda ) forse unico nell’intero arco parlamentare italiano, ha da qualche anno un proprio centro studi, guidato dal senatore Giovanbattista Fazzolari, preposto ad effettuare ricerche e studi approfonditi su tematiche di interesse comune, e i cui dati vengono poi utilizzati per presentare proposte, emendamenti e disegni di legge ad hoc ( forse anche per questo si spiega il grande attivismo della produttività parlamentare del partito). Basti pensare che nel Luglio del 2020, per citare un esempio recente, ha prodotto una dettagliata analisi sulla curva della incidenza delle infezioni e della mortalità della prima ondata di covid nel nostro paese, evidenziando alcune fragilità del sistema paese, che forse avrebbero potuto aiutare allo scoppio della seconda ondata.

E d’altra parte conoscendo la meticolosità al limite della ossessione per lo studio e la conoscenza delle cose di Giorgia Meloni, non potrebbe essere altrimenti che la stessa cosa si pretenda dal suo gruppo dirigente. Certo qualcuno potrà dire che il partito per ora rimane forse troppo ancorato alla personalità della sua leader, come nel caso dell’Italia dei Valori di Di Pietro, o Scelta civica di Monti per arrivare ai più recenti partiti di Toti, Calenda e Renzi. Ma al contrario di altri la forza di Fratelli di Italia è, come detto, anche nella sua capacità di creare contenuti forti e non solo fungere da megafono alle mire ambizionistiche di chi magari vede sminuito il proprio ego all’interno di un partito. In FDI chi vale ha lo spazio che si merita e la leader non controlla le leve del partito in maniera autoritaria, ma si avvale di validi collaboratori, nati con lei o cresciuti nel suo stesso humus politico. Perché alla lunga quello che conta in politica come nella vita è la sostanza. Le ambizioni personali non sono al centro della scena, ma è piuttosto un “ tutti per uno e uno per tutti”, come nel celebre romanzo di Alexandre Dumas .

“Uno non vale uno. Per me la meritocrazia conta. Fratelli d’Italia non è un partito personale. Il mio impegno in questi anni è stato quello di farmi affiancare da una classe dirigente preparata e con esperienza sul campo.” Ha sempre affermato la leader del partito. E non sono parole di circostanza, ma la rappresentazione di uno stato di fatto. Fratelli d’Italia in Parlamento con una sparuta truppa di parlamentari ( 53) in più occasioni è stata in grado di influenzare con la propria azione i lavori dell’aula. Ma anche in Europa i suoi cinque deputati, guidati da Carlo Fidanza, uno degli enfant prodige della politica anneina ( fu sconfitto proprio dalla Meloni nel 2004 nella corsa alla presidenza di Azione giovani ed è tra i fondatori del partito ), giocano un ruolo fondamentale nel gruppo Ecr ( Conservatori europei) e come a livello nazionale perseguono con coerenza il mandato per il quale sono stati eletti. Ed è stata proprio una consigliera regionale del Lazio, Chiara Colosimo (che qualcuno in Fdi avrebbe voluto come candidata sindaco a Roma) a far scoppiare lo scandalo delle mascherine pagate ma mai arrivate.

Singolare il fatto che proprio Mario Draghi, uomo super partes e slegato dalle logiche partitiche, sia forse proprio quello che guarda alla Meloni con maggior interesse, e che apertamente mostri di considerare alcune sue proposte sensate e degne di nota, molto di  più di alcune di quelle “sparate”, che molti esponenti della sua frastagliata maggioranza, a giorni alterni, gli propina. Ecco allora che quello che appare è che forse ci sia in corso una sorta di tentativo di screditare gli uomini vicino alla Meloni, non potendo per ora farlo con lei, avvertendo del rischio che con Fratelli d’Italia al governo ci sarebbe un manipolo di sprovveduti ed incapaci nei posti di potere, creando chissà quali guai alla macchina dello Stato. Ma alla Meloni non si fanno sconti e non potendo ancora trovare evidenti macchie nella sua persona (una volta che sembra finalmente venire meno la pregiudiziale della eredità fascista), si cerchi di indebolire il suo stato maggiore. Con i cinque stelle non ci fu uguale trattamento probabilmente perché li si trattava di una movimento nato dal basso e che perciò esso stesso rifiutava qualsiasi omologazione con la vecchi classe dirigente politica. Ma pochi anni all’interno delle istituzioni hanno inglobato molto bene i vecchi giacobini grillini, che ora sembrano aver capito le meccaniche politico istituzionali romane ( non è dato a sapere se autonomamente o indirizzati adeguatamente da chi queste cose le sa e le conosce bene, come sostiene Galli della Loggia).

Non si capisce allora il perché se i grillini, senza alcuna esperienza, a livello istituzionale hanno potuto tranquillamente formare un governo ed occupare le principali cariche istituzionali, ora si paventi come una sorta di assalto barbaro il possibile approdo nei palazzi del potere di chi, come i dirigenti di Fdi, fa politica a tutti i livello fin da quando portava i calzoni corti. Allora forse il vero problema, che nessuno probabilmente ammetterebbe nemmeno sotto tortura, non è rappresentato dalla classe dirigente del partito in sè, ma dal fatto che, unico caso in Italia, il leader del partito sia proprio una donna. Al di là, infatti, dei buoni propositi e delle dichiarazioni di facciata che in questo periodo si sprecano sul maggiore ruolo che le donne dovrebbero avere in politica, rimane di fondo ancora un certo pregiudizio verso le donne, sopratutto in un mondo ancora di fondo maschilista come la politica italiana e sopratutto se brave e preparate come Giorgia Meloni.





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