“Vuole pene più alte? Perché deve dirlo ai giudici” – Libero Quotidiano


Piercamillo Davigo
Filippo Facci

L’ex magistrato Pier Camillo Davigo ha scritto un lungo articolo per criticare le proposte della Commissione Lattanzi, quella incaricata dalla Guardasigilli Marta Cartabia di riformare la giustizia penale. Giorgio Lattanzi è presidente emerito della Corte Costituzionale, mentre Davigo è un magistrato in pensione che è ritenuto l’ideologo della riforma Bonafede, e, avendo ora scritto sul Fatto Quotidiano, vi è ragione di credere che rappresenti un vangelo per la corrente grillina più forcaiola (quella che ha rifiutato ogni scusa all’assolto ex sindaco di Lodi) la quale corrente vorrebbe uscire dal governo Draghi per non dover cedere sull’abolizione della prescrizione. Eppure, sulla prescrizione in sé, Davigo non dice sostanzialmente nulla, se non definirla «via di fuga» o qualcosa «che consenta all’imputato colpevole di farla franca», e che, quando irraggiungibile, favorirà dei «patteggiamenti a pena stracciata». I riti abbreviati, infatti, sono il cuore del problema secondo la Commissione e anche secondo Davigo, ma da noi vi si fa poco ricorso. Come mai? Prima di rispondere (noi) vediamo che Davigo si lamenta perché le pene, in Italia, sarebbero troppo basse: i massimi edittali in realtà sarebbero an che elevati, ma poi la legge prevede anche le circostanze attenuanti (che riducono l’entità della pena, se hanno la meglio sulle aggravanti) ma prevede soprattutto le cosiddette «attenuanti generiche» introdotte dopo il fascismo, e che riguardano ogni altra circostanza che il giudice ritenga sufficiente per diminuire una pena. Ecco, Davigo lamenta che questi strumenti sono utilizzati – leggere bene- per «attestare le pene verso i minimi, ciò anche in ragione dei diversi gradi di giudizio e del progressivo trascorrere del tempo (che da solo fa sembrare i fatti meno gravi) e della frequente assenza delle vittime nei giudizi di Appello e di Cassazione».

LE RESPONSABILITÀ – E qui è d’obbligo tradurre. Davigo, in pratica, vede come un ostacolo l’esistenza delle attenuanti generiche (decise da magistrati) e dice che la loro applicazione abbassa troppo le pene (decise sempre da magistrati). Se ne deduce che la responsabilità è dei magistrati, vista l’estrema loro discrezionalità nell’accogliere attenuanti generiche e nell’attestare «le pene verso i minimi». Quindi non è neppure la legge fatta dai politici: sono proprio loro i responsabili. Notevole, poi, che ad abbassare le pene o a mantenerle basse, secondo Davigo, concorra «il trascorrere del tempo» (come se il contrario, ossia il giudicare a botta calda magari con indignazione popolare a corredo, garantisse più anni di galera) e come se concorra, ad abbassare le pene, anche la «assenza delle vittime nei giudizi» di Appello e di Cassazione, come se la pressione delle vittime o dei loro parenti, spesso riuniti in chiassosi comitati, dovesse avere una voce in capitolo. Notare che sullo sfondo si prospettano sempre magistrati giudicanti troppo buoni, o cedevoli alle pressioni ambientali. Ma proseguiamo. Davigo propone l’abolizione del giudizio abbreviato, ma in particolare propone- è il pezzo forte- di estendere il patteggiamento a qualsiasi reato, senza limiti di pena: «Per far ciò sarebbe però necessario introdurre», spiega, «la dichiarazione dell’imputato di essere colpevole». Infatti, scrive, ora vi è «la stravaganza che un imputato possa patteggiare pur negando di essere colpevole».

LA STORIA – Gliela spieghiamo noi, la stravaganza: anche perché decollò durante quella Mani pulite che lui conosce bene. Ai tempi, prima della riforma dell’articolo 513, ai pubblici ministeri era sufficiente estrarre verbali d’interrogatorio strappati durante le indagini preliminari (in galera, spesso) e riversarli in processi che a quel punto non contavano più nulla, ridotti a vidimazioni notarili delle carte in mano all’accusa. La discrezionalitadei pm dipendeva quasi sempre dalle Piercamillo Davigo ha fatto parte del pool Mani pulite ed è stato consigliere del Csm (LaPresse) trattative che l’indagato fosse disposto ad accettare pur di uscire dal procedimento, o meglio, dalla galera preventiva: colpevole o innocente che si ritenesse. Pur di uscire di galera, quindi, pur di vedersi sbloccare e scongelare i conti in uso alla famiglia, c’erano moltissimi indagati che accettavano di patteggiare pur dicendosi o sapendosi innocenti. E chiedevano solo di poterlo dichiarare. Non è un caso che le condanne di Mani pulite furono dovute in maggioranza a patteggia mentie riti abbreviati – 847 su 1254- ottenuti quando il carcere era la regola e quando nelle indagini tutto si esauriva. E accettare di patteggiare pur da innocenti, mettendo a verbale di ritenersi tali, oggiè fenomeno ancora decisamente diffuso: ma a Davigo non basta. Dev’ essere come la grazia presidenziale: per chiederla, e ottenerla, devi ammettere la tua colpevolezza. Accadeva, fatte le debite proporzioni, anche durante l’Inquisizione spagnola: una confessione ti garantiva una morte più indolore.





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