Riforma Patto Stabilità, nein tedeschi. Rischio spread? No, ecco perché


Come si misura un debito? Se si tratta del mutuo o del finanziamento in genere si guarda alla dimensione dell’importo parametrato alla disponibilità economica del soggetto contraente. Ma quando si parla di uno Stato o addirittura di una confederazione di stati come l’Unione Europea allora le cose da tenere a mente sono sostanzialmente due: la prima, la cifra che deve essere restituita ai mercati (con annessi interessi); la seconda la solidità di chi detiene il debito stesso. O, per meglio dire, la propensione al rischio di chi lo detiene.




IL PATTO DI STABILITA’ SOSPESO FINO AL 1° GENNAIO 2023: SPINTE NELL’UE PER LA RIFORMA, MA FALCHI TEDESCHI ALL’ATTACCO/ Prima l’ex ministro delle finanze e attualmente presidente del Bundestag, Wolfgang Schaeuble, poi il cancelliere potenziale, Armin Laschet (il successore di Angela Merkel), hanno lanciato un messaggio politico preciso all’interno della Germania e automaticamente a diversi governi europei in una direzione precisa: a un certo punto occorrerà tornare alla “normalità” sulle politiche di bilancio perchè prima o poi il forte indebitamento in alcuni Paesi può costituire un rischio eccessivo per l’intera area euro. Se a ciò si aggiunge la propensione del numero uno della Bundesbank Jens Weidmann a stringere la corda monetaria rivedendo il programma di acquisto di titoli sovrani da parte della Bce, si completa il quadro di un umore che si sa consolidando in Germania. Naturalmente si tratta di messaggi che vanno contestualizzati: a settembre si voterà per le legislative e il risultato del voto è del tutto incerto, basti pensare alla possibilità che si verifichi una netta affermazione o la vittoria dei Verdi, che modificherebbe radicalmente il quadro politico tedesco. Tuttavia, indicano che la strada per la riscrittura – se davvero sarà tale – delle regole di bilancio è tutta in salita. Il rischio che si tratti di interventi minimi è reale. 

Se si prende l’Eurozona, essa nel 2020 ha avuto un Pil complessivo intorno ai 10.400 miliardi ma con un debito – esploso per gli ovvi motivi cagionati dalla pandemia – che è schizzato dall’83,9 al 98% del prodotto interno lordo. Tradotto: oltre 10.000 miliardi di euro di obbligazioni.

Ma chi detiene questa enorme montagna di titoli che potrebbe mettere in ginocchio l’economia mondiale? E qui arriva la risposta che tranquillizza un po’ tutti e che permette di mantenere lo spread italiano su livelli più che accettabili: la Bce. Il 77% del Pil europeo, pari a circa 8.000 miliardi, è custodito a Francoforte. Significa che l’80% del debito complessivo dei 19 Paesi membri dell’Eurozona è in mano all’Eurotower a guida Christine Lagarde. 

Una differenza sostanziale rispetto a quanto avvenuto nel 2011, quando l’aggravarsi delle tensioni sul debito sovrano portarono il differenziale tra il Bund decennale e il Btp italiano a quota 576, con un rendimento del titolo nostrano che aveva superato il 7% a novembre. Che cosa accadde poi è storia nota: in Italia il governo Berlusconi venne ribaltato per fare spazio a quello “lacrime e sangue” di Mario Monti.

In Europa un altro Mario – che ora è premier nel nostro Paese – imbracciò il famoso bazooka e si disse disposto a fare qualsiasi cosa pur di salvare l’euro. E come lo fece? Mettendo a punto quel quantitative easing che permise di rastrellare bond dei paesi europei, soprattutto di quelli meridionali, e di metterli al riparo dalle mire dei potenziali speculatori.

Da quella idea di economia in cui la Bce diventa una sorta di gigantesco hedge fund, non si è più tornati indietro. Non solo, il piano di acquisti pandemici che ricade sotto il nome di PePP ha incrementato la quota di debito detenuta dall’Eurotower fino a farla arrivare al 77% del Pil continentale.

Una cosa simile a quanto avviene in Giappone, il paese con il più alto debito del mondo (oltre il 250% del pil per un controvalore di 2.250 miliardi di euro) che pure non ha mai avuto grandi problemi dal punto di vista dei tassi. Perché? Perché una quota compresa tra il 90 e il 95% del debito è in mano ai giapponesi stessi, con un 40% nelle mani della BoJ. 

Che cosa ci insegna tutto questo? In primo luogo che le autorità, rimaste traumatizzate dalla crisi finanziaria del 2008 e da quella economica del 2011 hanno deciso di mettere in sicurezza i bond, lasciando ai mercati il compito di “giocare” soprattutto con le azioni. Non è un caso che la Borsa di Milano abbia una capitalizzazione paragonabile a quella del febbraio 2020, prima dell’avvento della pandemia, quando il pil nominale era superiore del 9%. 

Questa situazione potrà durare per sempre? Diciamo che per tornare a vedere un mercato alla “liberi tutti” bisognerà aver assicurato che le condizioni di tenuta del sistema siano state rinforzate. Anche perché le bolle, da quella dei bitcoin a quella delle Spac, dimostrano che la situazione è tutt’altro che sicura. 





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