Salvini: “La Lega corre per vincere e vuole un Cdx sempre più largo”


Salvini: "La Lega corre per vincere e vuole un Cdx sempre più largo"

Matteo Salvini  Lapresse

“Chi vede un Centrodestra diviso e litigioso non coglie la realtà, soprattutto se si sostiene che non ci sia la giusta determinazione per vincere le Amministrative”. Con queste parole il segretario della Lega Matteo Salvini commenta con Affaritaliani.it l’editoriale di Massimo Franco di oggi sul Corriere della Sera dal titolo ‘UNA COALIZIONE IN ASCESA MA A RISCHIO DI AUTOGOL’ nel quale si ipotizza che lo stesso Salvini lavori per perdere alle elezioni comunali per fare così un dispetto a Giorgia Meloni.

“Io e la Lega corriamo sempre per vincere e dare il massimo, anche sacrificando candidati e interessi di partito per il bene dei cittadini. Se così non fosse, non governeremmo in 14 Regioni su 20, con 800 sindaci e 5.000 consiglieri comunali. Per me vince la squadra, mai il singolo. E la squadra è un Centrodestra sempre più largo, professionale e inclusivo”.

E ancora Salvini ricorda che “proprio oggi abbiamo presentato sei referendum sulla Giustizia alla Corte di Cassazione, insieme al Partito Radicale, che sono la dimostrazione di quanto il Centrodestra voglia allargarsi e parlare a 360 gradi. Tanto che perfino nel Pd si è innescato un dibattito pubblico proprio sulla nostra iniziativa: non era scontato (il riferimento è a Goffredo Bettini che sul Foglio chiede alla sinistra di non lasciare questi temi alla Lega, ndr)”.

“Non solo, a Torino candideremo alle elezioni l’imprenditore Paolo Damilano e a Napoli guardiamo con grande attenzione a un coraggioso uomo di legge come Catello Maresca. A Bologna, Milano e Roma ci sarà un candidato civico comune dell’intera coalizione. Insomma, le vere divisioni stanno a sinistra e mi sorprendono i commenti giornalistici che raccontano il contrario. Noi siamo abituati a correre per vincere e le sfide non ci fanno paura. Faccio solo due esempi, alle ultime elezioni regionali – in Emilia Romagna e in Toscana – abbia candidato due donne della Lega che, seppur perdendo, hanno ottenuto il miglior risultato elettorale nella storia del Centrodestra. Laddove c’è da combattere la Lega è sempre in prima fila, lavorando per l’unità e l’interesse degli italiani”, conclude Salvini.

 

La Nota di Massimo Franco, Corriere della Sera

UNA COALIZIONE IN ASCESA MA A RISCHIO DI AUTOGOL

 

Il sospetto è intrigante. Il partito di Giorgia Meloni comincia a pensare che Matteo Salvini e Silvio Berlusconi giochino a perdere alle prossime Amministrative per frenare l’ascesa di Fratelli d’Italia. L’ipotesi è tutta da dimostrare, quando evoca un complotto per tagliare fuori una destra in crescita e la sua leader. Fotografa, però, una tensione e una conflittualità che si riflettono sulle trattative con Lega e Forza Italia per Milano, Roma, Napoli. Il fatto che dopo settimane di gelo e un vertice inconcludente manchi un accordo, è indicativo. Meloni ha indicato come scadenza martedì prossimo, ma gli alleati le hanno risposto che si prenderanno tutto il tempo che serve. E sullo sfondo rispunta, sebbene inverosimile, il fantasma di una rottura. In realtà, quanto avviene segnala soprattutto l’incapacità di selezionare una classe dirigente nuova: problema comune a tutti partiti, a corto di candidati adeguati. La novità è che il centrodestra mostra questa inadeguatezza comunque, e per quanto sia dato potenzialmente vincente.

È la certificazione di un autolesionismo difficile da spiegare solo con la competizione per la leadership tra Salvini e Meloni. Né lo sgretolamento progressivo del berlusconismo né il ruolo di opposizione di Fratelli d’Italia bastano a legittimare percorsi così divergenti. Piuttosto verrebbe da dire che, senza volerlo, sono proprio le due maggiori forze del centrodestra a candidarsi alla sconfitta. Il loro schieramento cresce numericamente ma si sfalda politicamente, perché appare tuttora esitanteautilizzare la stagione del governo di Mario Draghi per cambiare pelle, referenti, identità. La litigiosità sui candidati e la prospettiva di accordi al ribasso sottolineano l’assenza di qualunque capacità di sintesi e di visione comune.

Mostrano l’assenza di un ricambio in nomenklature che sono lo specchio di una classe politica in affanno quando deve uscire dal recinto di vecchi steccati e di comuni e regioni, e affacciarsi sulla scena nazionale e ancora di più internazionale. Esprimono apparati e cordate locali, che si contendono lo stesso elettorato senza tuttavia riuscireaparlare al resto del Paese. È un limite che la sinistra paga da anni, tanto da avere regalato consensi consistenti al Movimento Cinque Stelle e alla Lega.

Il centrodestra in apparenza non corre questo rischio. Ma ne corre un altro. Lo scontro interno e il timore o l’impossibilità di passare da un euroscetticismo culturale, prima che politico, a un’adesione convinta ai valori delle istituzioni europee, rappresenta un’incognita perfino più insidiosa. Se l’accordo tra Salvini e Meloni si giocherà su parole d’ordine e schemi passatisti, potrà farli vincere ma non governare: né nelle città, né a Palazzo Chigi né, soprattutto, in Europa, cuore esterno e sempre più strategico anche della politica italiana.





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