Il caso di Manfredi tifoso della Juve. Quando l’incrocio politica-pallone diventa un «guaio»- Corriere.it


Forse avrebbe dovuto copiare lo stile del sindaco uscente, Luigi de Magistris, che negli ultimi dieci anni ha retrodatato la sua nota passione per l’Inter ad amore pre-adolescenziale («Interista fino ai dodici-tredici anni») e s’è tuffato anema e core, durante i due mandati, nel tifo per il Napoli. E invece no. Gaetano Manfredi, ex ministro dell’Università e candidato di Pd e M5S a sindaco del capoluogo campano, ha gettato nel panico Enrico Letta e Luigi Di Maio. Colpa di recenti dichiarazioni in cui con grande onestà ha candidamente confessato il suo tifo per la Juventus, corredandolo di un’annotazione cromatica degna di quelle toppe che finiscono per essere peggiori del buco: «Vivo a Nola e la squadra della mia città ha colori bianconeri…». Il classico strike del bowling, quando dopo il lancio della palla vengono giù tutti i birilli. Solo che stavolta non è un bene: panico in città, napoletani imbufaliti, tolti forse i superstiti amanti di Omar Sivori, unico punto di contatto nella storia di due tifoserie non proprio amiche.

Berlusconi: «Le bandiere non si comprano»

E così, all’alba di una campagna elettorale per le Amministrative, spostate di qualche mese a causa del Covid, il devastante incrocio politica-pallone torna a produrre potenziali catastrofi. Catastrofi da cui si seppe tenere alla larga Silvio Berlusconi, quando all’epoca del suo ritorno a Palazzo Chigi resistette alla tentazione di provare a sottrarre Francesco Totti alla Roma per evitare sconquassi nell’elettorato. «Le bandiere non si comprano», disse ex post l’allora presidente del Consiglio. Che però, l’anno dopo il trionfo alle elezioni del 2001, non esitò a privare la Lazio della sua allora bandiera. «Nesta? Troppo caro, mai interessato all’acquisto», scandì a margine del Meeting di Comunione e liberazione a Rimini, edizione 2002. Due giorni dopo Nesta era del Milan.


Renzi e Salvini

Esistono momenti dello spazio e del tempo in cui il tifo incrocia la scaramanzia e il mix, per un politico, può essere devastante. Matteo Renzi smise di andare ospite a «Quelli che il calcio» dopo che una partecipazione alla popolare trasmissione della Rai aveva coinciso con una sconfitta della sua Fiorentina. Il tifoso milanista Matteo Salvini, dopo qualche pronostico avventato in passato, ha sposato a gennaio scorso una strategia decisamente improntata al basso profilo («Lo scudetto se lo giocano Inter e Juve, la squadra di Pioli non può competere») ma con scarsi risultati (lo scudetto l’ha vinto l’Inter e il Milan è finito fuori dai giochi per il titolo con largo anticipo). Tutto questo è nulla rispetto alla disavventura in cui era incappato il 20 aprile del 1986 l’allora sindaco democristiano di Roma, Nicola Signorello. Roma-Lecce, prima contro retrocessa, risultato già scritto, la Roma ha in pugno lo scudetto; Signorello, soprannominato «pennacchione» per la grande attenzione al cerimoniale, fa il giro di campo prima dell’inizio del match col presidente giallorosso Dino Viola, a mo’ di celebrazione anticipata del titolo. All’Olimpico succede l’imponderabile, vince il Lecce. Allo stadio, al contrario del suo capocorrente Giulio Andreotti, il più scafato tifoso che la politica abbia mai conosciuto, quel sindaco non l’avrebbero visto mai più.

1 giugno 2021 (modifica il 1 giugno 2021 | 23:21)





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