«Gli ospedali ora soffrono, ma grazie ai vaccini ne usciremo»- Corriere.it


La curva scende molto lentamente anche se in modo costante. Le zone rosse e arancioni non sono bastate?
«Colpa delle varianti. Quella inglese è più trasmissibile delle altre, come la brasiliana, concentrata fra Umbria, Lazio e Toscana. Gli interventi le stanno tenendo a bada ma con fatica. A gennaio queste mutazioni hanno cominciato a prendere il sopravvento in tutta Europa fino a sostituirsi quasi del tutto ai ceppi originari del virus. È stato più difficile contenere l’ondata».

Giovanni Rezza, direttore della Prevenzione del ministero della Salute, membro del comitato tecnico scientifico Cts non minimizza le criticità. E incoraggia: «Grazie ai vaccini ne usciremo fuori».

Terapie intensive strapiene, come mai?
«Ce lo aspettavamo. È il corso delle epidemie. Prima aumenta l’Rt, poi l’incidenza dei casi, poi l’occupazione dei posti letto ospedalieri e infine, purtroppo, c’è la crescita dei decessi. Siamo al giro di boa. Man mano che Rt e incidenza scenderanno, le rianimazioni cominceranno a liberarsi, le vittime caleranno. Ora il sistema sanitario sta soffrendo e sconta l’accumulo dei casi nelle scorse settimane».

È corretto parlare di terza ondata?
«La pandemia Spagnola del 1918 fu segnata da due ondate naturali. Quelle della pandemia da Sars-CoV-2 sono state corrette da interventi umani come il lockdown. La prima fase è stata quella di febbraio- marzo 2020, concentrata in alcune regioni del Nord. Non si è avuto un picco naturale, ma interrotto da interventi molto duri. È seguita una fase estiva in cui i casi erano calati a tal punto da riuscire a identificare i positivi che tornavano dalle vacanze. Poi la seconda ondata, con la ripresa dell’attività autunno. Gli interventi di Natale hanno frenato di nuovo l’incidenza. Ora siamo nella terza fase, sostenuta dalla variante».

Andiamo verso il bello?
«Sì. Ai tre vaccini ora disponibili, a metà aprile si aggiungerà il quarto e a ridosso dell’estate altri due. Tra aprile e giugno avremo decine di milioni di dosi. Se immunizzi gran parte della popolazione riesci a contenere i contagi e a alleggerire il carico sul sistema sanitario».

Quando finiremo di sentirci in balia del virus?
«Il modello iniziale diceva che vaccinando 240mila persone al giorno, ne saremmo usciti fuori in 7-13 mesi. Ora siamo a 300mila inoculi al giorno, già un buon risultato. Raddoppiando, in pochissimi mesi avremo protetto i fragili, la pressione sugli ospedali diminuirà e potremo immunizzare i giovani, amplificatori dell’epidemia. La visione più ottimistica è raggiungere la cosiddetta immunità di gregge vaccinando il 67% della popolazione. L’esempio di Israele, tornato alla normalità, è a portata di mano».

Perché non vaccinare subito i 20-40enni che, secondo uno studio Usa, sono il serbatoio del virus? Non si ammalano e lo diffondono.
«I risultati migliori si ottengono proteggendo i fragili perché si abbatte la mortalità».

Il vaccino AstraZeneca sul banco degli imputati. La verità?
«Gli inglesi hanno dimostrato che i benefici sono nettamente superiori ai rischi. Però gli eventi avversi rari di trombosi che hanno indotto altri Paesi a interrompere le vaccinazioni sotto i 55-60 anni non vanno sottovalutati. Dipende dall’agenzia europea Ema. Se dovesse pronunciarsi in modo diverso, Aifa ne prenderebbe atto.Tutto ciò che bisognerà fare verrà fatto. Siamo su una linea di estrema prudenza e tutela».

Chi ha avuto la prima dose AstraZeneca può cambiare il richiamo?
«Non c’è motivo di modificare la scheda vaccinale. Gli inglesi stanno facendo diversi trial per studiare combinazioni con vaccini differenti. È normale che gli schemi possano essere cambiati. Nel piano strategico nazionale è già prevista una certa flessibilità. Quando c’è abbondanza di dosi le strategie possono essere adattate alla realtà».

4 aprile 2021 (modifica il 4 aprile 2021 | 07:15)





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