Giulia Bongiorno e la riforma leghista della Giustizia: «Limiti sui tempi dei processi e sulle intercettazioni»


«Le intercettazioni? Sono soltanto uno dei punti delle riforma della giustizia che a questo governo è richiesta». Giulia Bongiorno è sì il ministro per la Pubblica amministrazione. Ma è anche uno dei consiglieri giuridici più ascoltati da Matteo Salvini sin da quando ha aderito alla Lega, quasi un ministro ombra.

La riforma

Mercoledì il Guardasigilli Alfonso Bonafede presenterà la riforma della giustizia agli alleati. Ma su questo tema ci sono state forti tensioni e il nuovo confronto rischia di essere cruciale per il futuro del governo. «Preciso che io e nessun altro ha visto le carte e letto il provvedimento del ministro — spiega Bongiorno —. Ma se lei mi chiede, certamente da parte nostra sono maturate alcune convinzione rispetto a ciò che è necessario alla Giustizia italiana e noi ci presenteremo all’appuntamento con spirito costruttivo. E guardi che non si tratta soltanto di giustizia. Il punto è che il buon funzionamento di quella è anche un importante fattore di competitività: dobbiamo evitare che gli imprenditori e gli investitori stranieri scappino dall’Italia a gambe levate per la lunghezza dei procedimenti».

Le intercettazioni

E quindi, stretta severa alle intercettazioni? «Con il decreto sicurezza bis — spiega il ministro — si sono differiti alcuni punti della riforma Orlando, che presentava numerosissime criticità. Detto questo, dobbiamo evitare le intercettazioni a strascico», quelle che coinvolgono persone diverse da quelle inizialmente indagate o addirittura vengono disposte in assenza di legami diretti con il caso d’indagine. «Inoltre, occorre evitare la pubblicazione dei verbali nelle fasi precoci del procedimento. Infine, noi crediamo nel divieto assoluto di pubblicazione di ciò che attiene alla vita privata delle persone». Ancora più chiara: «Non basta più dire: non pubblicate. È necessaria anche una sanzione per la pubblicazione delle cosiddette “intercettazioni gossip”».

La durata dei processi

Altro grande tema, su cui già non sono mancate le polemiche con i 5 stelle, è la durata dei processi. Premesso che il ministro è «contrarisssima a levare pezzi di processo e quelli che ci sono devono restare, un punto fondamentale è riuscire ad evitare i tempi morti del processo». La chiave del problema storico della giustizia italiana è «dare un limite perentorio a tutte le fasi del processo, ma in particolare alle indagini preliminari. I sei mesi oggi sono prorogati e poi riprorogati. Ci sono indagini preliminari che durano anni anche per la mancanza del tempo per chiuderle». Bongiorno non vuole dire lei quanto debba essere lungo il termine perentorio: «Ma se è un anno, deve essere un anno». Inoltre,«in caso di ritardi del tutto ingiustificati da parte dei magistrati, dovremmo introdurre importanti conseguenze processuali e anche disciplinari. Per dire: se una sentenza non viene mai depositata, io non posso mai impugnarla». Per questo, «dato che stiamo parlando di vera paralisi, io credo si potrebbero introdurre dei manager con un principio semplice: ai giudici la giurisdizione, ai manager l’amministrazione. Se ne parla da tempo, ma nessuno ha mai avuto il coraggio di introdurli».

Il Consiglio superiore della magistratura

Tema finale, ma non certo ultimo, la riforma del Consiglio superiore della magistratura. Secondo Giulia Bongiorno, i fatti recenti«rischiano di avere un effetto deflagrante sulla giustizia, chi è indagato non riesce più ad accettare di essere indagato. Nella nostra società che assolve e condanna sono solo i sacerdoti e i magistrati e dunque questi ultimi devono avere un’immagine sacerdotale». Sulla riforma del Csm per il ministro ci sono due strade: «La separazione del consiglio in due con la separazione delle carriere, oppure un intervento più rapido che riguardi solo la nomina dei componenti. Io sarei favorevole all’iter costituzionale ma, appunto, la situazione richiede anche incisività di azione». E dunque, l’idea è quella che Giulia Bongiorno chiama «sorteggio mediato». In che cosa consiste? «Prima si individua un elenco di persone che hanno i requisiti per fare i consiglieri. E sulla base di quello, pur consapevoli di alcune controindicazioni, si fa un sorteggio». Ma gli elenchi da cui pescare gli eletti dovrebbero avere una base territoriale: «Penso alla creazione di piccoli collegi sui territori. Un’area indica alcuni nomi, è tra quelli si fa il sorteggio». L’obiettivo è una grande discontinuità con l’attuale sistema: «Oggi le nomine vengono fatte dalle correnti della magistratura. E questo non va bene».

14 giugno 2019 (modifica il 14 giugno 2019 | 22:57)





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