Un’azienda su due non effettua i test di risposta agli incidenti


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IBM Security ha annunciato i risultati di uno studio globale che esplora la preparazione delle aziende in relazione alla loro capacità di resistere e ripristinare l’operatività in seguito a un attacco cyber. Lo studio ha evidenziato che un’ampia maggioranza delle organizzazioni intervistate è ancora impreparata a reagire efficacemente a un incidente di cyber security, con il 77% che afferma di non avere un piano di risposta agli incidenti di cybersecurity applicato in maniera consistente in tutta l’azienda.

Mentre gli studi mostrano che le compagnie in grado di rispondere in modo rapido ed efficace, contenendo un cyber attacco in 30 giorni, risparmiano in media oltre 1 milione di dollari sul costo totale di un data breach, la mancanza di piani di risposta a incidenti di cyber security è rimasta costante nell’arco dei quattro anni su cui si è protratto lo studio. Delle aziende che hanno invece un piano in essere, più della metà (54%) non li testa regolarmente, trovandosi meno preparate a gestire efficacemente i complessi processi e la coordinazione necessari qualora vi sia un attacco.

La prolungata difficoltà che i team di cybersecurity stanno affrontando nell’implementazione di piani di risposta a incidenti di cyber security ha impattato la conformità delle imprese alla General Data Protection Regulation (GDPR). Quasi metà degli intervistati (46%) afferma che la propria azienda deve ancora arrivare a una totale ottemperanza del GDPR, persino a un anno dall’anniversario dell’entrata in vigore della legge.

Altri punti emersi dallo studio sono:

  • L’automazione nella risposta è ancora un’area emergente – Meno di un quarto degli intervistati dice che la propria azienda usa in modo significativo tecnologie di automazione come identity management e autenticazione, piattaforme di risposta agli incidenti, strumenti gestione delle informazioni e degli eventi di security (SIEM) all’interno del proprio processo di response
  • Le competenze sono ancora una criticità – Solo il 30% degli intervistati riporta che il personale dedicato alla cyber security è sufficiente per ottenere un alto livello di resilienza informatica
  • Privacy e cybersecurity sono molto legate – Il 62% degli intervistati ha indicato che allineare i ruoli di privacy e cybersecurity è essenziale o molto importante per ottenere resilienza informatica all’interno delle proprie aziende.

L’importanza dell’automazione

Per la prima volta, lo studio di quest’anno ha misurato l’impatto dell’automazione sulla resilienza informatica. Nel contesto della ricerca, con automazione si intendono quelle tecnologie di sicurezza che permettono di aumentare o sostituire l’intervento umano nell’identificazione e contenimento di cyber exploit o breach. Queste tecnologie si basano su intelligenza artificiale, machine learning, analytics e orchestrazione.

Quando è stato chiesto se le proprie aziende facessero uso dell’automazione, solo il 23% ha risposto indicando un uso significativo, mentre il 77% ha detto che ne fa un uso moderato, insignificante o nessuno. Le aziende con uso estensivo dell’automazione stimano la propria abilità a prevenire (69% vs 53%), rilevare (76% vs 53%), rispondere (68% vs 53%) e contenere (74% vs 49%) più alta del campione totale di rispondenti.

Lo scarso utilizzo di sistemi automatizzati è un’opportunità mancata per rinforzare la resilienza informatica. Infatti, secondo lo Studio sul costo di un Data Breach del 2018, le aziende che implementano l’automazione nei meccanismi di sicurezza risparmiano 1.55 milioni di dollari sul costo totale di un data breach, contrariamente a quanto accade a quelle che non ne fanno uso e che totalizzano un costo molto maggiore per lo stesso tipo di evento.

Lo skills gap impatta ancora la resilienza informatica

Lo skill gap nella cyber security sta ulteriormente indebolendo la resilienza informatica, con aziende a corto di personale e impossibilitate a gestire appropriatamente risorse e necessità. I partecipanti al sondaggio hanno riferito che non dispongono del numero di persone necessarie al corretto mantenimento e test dei propri piani di risposta agli incidenti e che stanno fronteggiando tra le 10 e 20 posizioni scoperte nei propri team di sicurezza.

Solo il 30% dei partecipanti ha riportato che il personale per la sicurezza informatica è sufficiente per ottenere un alto livello di resilienza informatica. Inoltre, il 75% degli intervistati ha valutato la propria difficoltà nelle assunzioni e nel mantenimento del personale competente per la sicurezza informatica tra moderatamente alta a alta.

In aggiunta al gap di competenze, quasi la metà dei partecipanti (48%) ha ammesso che le proprie aziende ricorrono a troppi strumenti e soluzioni per la sicurezza, causando una maggiore complessità e riducendo la visione d’insieme sui sistemi di sicurezza.

La privacy sta diventando sempre più prioritaria

Le aziende stanno finalmente riconoscendo che la collaborazione tra privacy e sicurezza informatica migliora la resilienza digitale, con il 62% che ritengono essenziale l’allineamento dei rispettivi team. La maggior parte degli intervistati crede che il ruolo della privacy stia diventato sempre più importante, specialmente con l’emergere di nuove leggi come il GDPR o il California Consumer Privacy Act, e stanno dando priorità alla protezione dei dati nelle decisioni d’acquisto per l’IT.

Quando richiesto quale fosse il maggior fattore nella giustificazione delle spese per la sicurezza informatica, il 56% delle risposte si concentrava su perdita o furto di informazioni. Questo risulta particolarmente vero, con i consumatori che richiedono alle aziende di essere maggiormente proattive nella protezione dei propri dati. Secondo una recente ricerca di IBM, il 78% degli intervistati dice che l’abilità di una organizzazione nel proteggere i dati è estremamente importante, con solo il 20% che ha piena fiducia nelle aziende con cui interagisce riguardo il mantenimento della privacy dei propri dati.

Infine la maggior parte dei partecipanti allo studio ha riportato la presenza di un privacy leader in azienda, con il 73% che dice di avere un Chief Privacy Officer, provando ulteriormente come la privacy sia diventata una importante priorità per le aziende.



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